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Coronavirus. Il 5G penetra nelle cellule indebolendo il sistema immunitario? No!

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Articolo di Juanne Pili, Open

Secondo i complottisti esistono studi che collegano le onde elettromagnetiche al Covid-19. Leggiamo cosa dicono davvero.

Delle ragioni per cui la rete 5G non risulta possa nuocere alla salute avevamo trattato già in diversi articoli, l’emergere di tesi che la collegano all’epidemia di Covid-19 è stata un’occasione per riassumerle antologicamente.

Del resto, abbiamo visto anche come gli stessi personaggi che promuovono le tesi di complotto sul 5G correlato ai tumori, riemergono riciclando i propri argomenti con l’emergenza attuale, uno di questi è Maurizio Martucci, presidente del comitato Stop 5G.

Come abbiamo visto, delle correlazioni spurie si trovano sempre. Ora andiamo a vedere nel dettaglio alcuni esempi di come queste narrazioni si articolano, coniugando altre suggestioni, in modo da prendere di mira una precisa fetta di pubblico, già predisposta a dar credito ad altre tesi pseudoscientifiche. Sono loro le principali vittime di questa letteratura.

Agricoltura biodinamica e correlazioni spurie
Nel blog La voce del Trentino, Alessandra Corrente firma un post dal pomposo titolo «Inchiesta coronavirus e 5G: allora il collegamento esiste davvero?». Una inchiesta però, si dovrebbe fare quando vengono raccolti direttamente dati da fonti affidabili. Qui trattiamo di un collage che assembla altri post, o reinterpreta fonti da diversi contesti.

L’autrice cita Thomas Cowan che a sua volta per spiegare «la risposta ai test», riporta le affermazioni di Rudolf Steiner riguardo alle ragioni – secondo lui – della pandemia di Spagnola, a sua volta ispiratrice di diverse tesi di complotto.

«I virus sono semplicemente le escrezioni di una cellula avvelenata. I virus sono delle parti di DNA o RNA, o di qualche altra proteina, che vengono espulsi dalla cellula. Si formano quando la cellula è avvelenata, non sono la causa di niente».

Come i più avranno inteso dalla fantasiosa descrizione, Steiner non era un biologo, né un virologo. Si tratta del padre della Agricoltura biodinamica, ovvero una pseudoscienza.

Steiner fu anche ispiratore del nazismo magico e di diversi esperimenti “biodinamici”, nel campo di concentramento di Dachau. Thomas Cowan è invece un guru delle Medicine alternative, le sue tesi si basano sul fatto che in Africa non sono stati registrati molti casi di Covid-19.

Il background pseudoscientifico
La tesi di fondo del guru è che «ogni pandemia negli ultimi 150 anni corrisponde ad un salto di qualità nell’elettrificazione della Terra. Nel 1918, alla fine dell’autunno del 1917, c’è stata l’introduzione delle onde radio intorno al mondo». Qui il mistero si infittisce, perché effettivamente in Africa ci sono state altre epidemie che non sono attecchite in Europa, come quella di Ebola, o della meningite causata da un ceppo di meningococco che non è giunto da noi.

Si citano così alcuni “studi” o “inchieste”, come quella del già citato Martucci su Oasi Sana, sito che sostiene altre tesi pseudoscientifiche, come l’omeopatia e la Nuova medicina germanica. Si intitola «Coronavirus, secondo studi ed esperti col 5G c’è “immunodepressione e non assorbimento d’ossigeno”».

Diamo un’occhiata alla fonte di Martucci, Paul Doyon, co-autore di un rapporto sull’elettrosmog, su immunodepressione e contagio virale. Anche se non è chiaro come possa collegarsi a Covid-19 un testo del 2017 della rivista Medical Hypotheses, vale la pena analizzarlo, anche solo per dare un link diretto ai lettori.

Uno studio scientifico non è come l’editoriale di un quotidiano, né si tratta di un editto che stabilisce in sé una verità. Occorre leggerlo nella sua interezza, per capire che metodi sono stati utilizzati a sostegno di una determinata conclusione.

L’articolo firmato assieme a Olle Johansson, compare in una rivista nota per il modo “non convenzionale” con cui esegue la revisione degli articoli, tanto da pubblicare persino contenuti negazionisti del collegamento tra Hiv e Aids. Per questo la casa editrice Elsevier dovette licenziare il responsabile Bruce Charlton, il quale rifiutava di istituire una revisione secondo i canoni degli articoli.

Cosa dicono davvero gli studi in merito
Secondo gli autori del paper, i moderni campi elettromagnetici provocherebbero nel lungo periodo degli effetti «immunosoppressori … attraverso l’inibizione a valle dell’enzima calcineurina … che attiva le cellule T del sistema immunitario e può essere bloccato da agenti farmaceutici».

In che modo i ricercatori dimostrerebbero queste ipotesi? Nell’estratto disponibile online non lo possiamo leggere, occorre recuperare l’articolo nella sua interezza.

Scopriamo così che si limitano a raccogliere una letteratura, fatta di studi risalenti prevalentemente agli anni ’70 e ’80, con eccezione per tre articoli degli anni 2000: Grassi C, et al. (2004); Craviso GL, et al. (2011); Morotomi-Yano K, Akiyama H, Yano K. (2014); tutti correlativi.

Per stessa ammissione di Doyon e Charlton, «i meccanismi precisi devono ancora essere completamente chiariti»: questi eufemismi servono a comunicare, che non esiste un collegamento causale dimostrato.

Martucci forse, ignora quel che ci dicono le analisi sistematiche su 5G e campi elettromagnetici in generale, non fermandosi a collezionare studi a sostegno di una ipotesi, ma andando a verificare se si trovano risultati significativi in vitro e in vivo, come nella review del International Journal of Enviromental Research and Public Health, risalente al 2019.

Gli autori Myrtill Simkó e Mats-Olof Mattsson, passano in rassegna i 94 studi più rilevanti su frequenze tra sei e cento GHz, concludendo che «non vi era alcuna relazione coerente tra densità di potenza, durata o frequenza dell’esposizione ed effetti dell’esposizione».

«Gli studi disponibili – continuano gli auroti – non forniscono informazioni adeguate e sufficienti per una valutazione significativa della sicurezza o per la domanda sugli effetti non termici».

Dai virus bio-ingegnerizzati alla elettroporazione
Martucci va oltre, citando anche Francis Boyle, altro noto teorico di complotto usato per sostenere la narrazione del coronavirus bio-ingegnerizzato in laboratorio, ripresa anche da altri guru, già noti per il negazionismo degli allunaggi e delle tesi cospirazioniste sul 11 settembre.

Potremmo pensare che tutto questo possa restare relegato a isolati gruppi di paranoidi, se non fosse che poi tali idee influenzano anche le sentenze di tribunale, come quella della Corte d’Appello di Torino, ottenendo una sovrastimata credibilità.

Arriviamo ora agli studi di David B. Weiner sulla «elettroporazione», citata da Martucci perché «diventa fondamentale per comprendere come i campi elettromagnetici possano entrare nella pelle … le microonde millimetriche del 5G “entrano nella pelle, dove ci sono terminazioni nervose, vasi sanguigni. In vitro, si è vista una disregolazione del profilo metabolico, anche dei cheratinociti”».

«L’elettroporazione consiste in una repentina scarica elettrica operata in un cuvetta – continua Martucci – che racchiude cellule e molecole di DNA in una sospensione liquida. La scarica apre simultaneamente la membrana plasmatica delle cellule in numerosi punti, permettendo alle molecole di DNA di penetrare».

Cerchiamo di capire in cosa consiste esattamente l’elettroporazione, visto che dagli anni ’80 non c’è un significativo incremento di immunodepressi nella popolazione mondiale. Questa suggestiva tesi «del 5G che ci fa entrare il Coronavirus nel corpo per ammalarci», sostenuta anche dal teorico delle sedicenti Scie chimiche Rosario Marcianò, è stata recentemente analizzata anche dai colleghi di NextQuotidiano.

Cos’è l’eletroporazione e perché i cellulari non c’entrano
L’elettroporazione non può funzionare accostando a una “cuvetta” (contenitore per campioni), a un cellulare, o una antenna del 5G. Si tratta di far passare migliaia di volt a una distanza di massimo due millimetri, rispetto a delle cellule bersaglio sospese in una cuvetta.

L’elettroporazione richiede apparecchi appositi. In genere viene utilizzata una “sospensione” di circa 50 microlitri, ovvero, si prende una coltura batterica e la si mette in soluzione liquida (brodocoltura). Solitamente vengono usati i plasmidi, praticamente dei piccoli Dna circolari, che il batterio è in grado di leggere e duplicare. In questo modo per esempio, possiamo anche costruire le librerie genomiche.

Questa tecnica viene effettuata anche nei tessuti, talvolta per far entrare un farmaco all’interno della cellula. Tuttavia, per quanto riguarda il materiale genetico, come Dna e Rna, questo non riesce ad entrare per diffusione all’interno della cellula, ma si ricorre all’elettroforesi.

La tecnica consiste nell’applicare un campo magnetico, per far sì che queste molecole si spostino. Quest’ultima tecnica viene usata anche per gli studi genetici: si fanno correre in gel speciali le proteine o frammenti di Rna o Dna, per determinarne le dimensioni. Il gel viene così attraversato da un campo magnetico che porta le molecole – a seconda della loro polarità e dimensione – a spostarsi con velocità differenti.

In pratica, dobbiamo avere un campo magnetico che abbia due estremità, una negativa e una positiva, affinché queste molecole possano muoversi. Niente di paragonabile con quel che succede a un intero organismo all’aria aperta.

Weiner utilizza l’elettroporazione per gli studi clinici su Dna e vaccini, ed è interessato anche nella ricerca di un vaccino contro il SARS-CoV2. Non sembra essersi accorto che questa tecnica c’entrasse qualcosa con presunti effetti negativi al nostro sistema immunitario, tema del quale è particolarmente esperto, essendo direttore del team di ricerca di «immunologia molecolare traslazionale», alla University of Pennsylvania School of Medicine.

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